Una delle domande che più spesso ci viene rivolta è se siamo una religione; anzi, la domanda in genere è “Quale genere di religione siete?”
Nel pensato comune ci sono molti preconcetti, e allora quando parliamo di noi molta energia va a correggere le idee bizzarre dei nostri interlocutori (“No, nel nostro pensiero non ci sono dogmi”, “Non ci sono dei da adorare, anche se crediamo in un Principio divino”).
Noi non siamo una religione né ci sentiamo di averne creata una. In una religione, al di là di tutti gli aspetti liturgici, gerarchici e via dicendo, c’è la proposta di un punto di convergenza verso il quale portare la fede e l’energia di tutti i fedeli. In un percorso spirituale come quello damanhuriano, c’è un punto di partenza – la natura divina di ogni individuo, da portare a coscienza attraverso il rapporto con gli altri – che va sviluppato e declinato a seconda delle inclinazioni e della sensibilità personali. Se non l’opposto, qualcosa di certamente molto diverso. Con tutto il rispetto per le religioni (specialmente per quelle che rispettano le esperienze diverse dalle loro).
Dunque, cosa siamo? Ci definiamo una filosofia di vita, pur essendo consapevoli che Damanhur non può essere rinchiusa in una definizione. Anche il termine “filosofia” è per alcuni aspetti vago e per altri un po’ “stretto”.
Ma religione proprio no: neanche tanto per gli aspetti politici e di potere che oggi caratterizzano le religioni, quanto perché il termine stesso “religione” cozza irrimediabilmente con il termine “ricerca” che per noi è fondamentale, anche in chiave spirituale.
Il confronto in Damanhur su questo aspetto è vivace, direi che solleva anche un discreto polverone!
Al di là della scelta di principio condivisa tra tutti i damanhuriani, relativa al definirci una filosofia di vita e non una religione, ciascuno interpreta questo aspetto in modo diverso, perchè diverso è il retaggio culturale da cui proveniamo.
Potrei dire che, dal mio punto di vista, pur stando sotto il cappello della filosofia di vita, alcuni dei damanhuriani manifestano un approccio più “religioso”nei confronti della spiritualità, mentre altri propendono per una visione più laica.
A volte la vera differenza sui concetti la fa il modo in cui vengono espressi, più che i concetti stessi, non credi stambecco?
Secondo te cosa succederà tra 30-60-90 anni? Damanhur sarà ancora una filosofia di vita o diventerà una religione, come è successo ad altri nella storia?
In un percorso di ricerca spirituale, essere una filosofia o una religione segna una divaricazione netta.
Essere una filosofia significa sviluppare un percorso di esplorazione del divino, con la disponibilità a scoprire un mondo nuovo e a confutare via via le esperienze precedenti, fatte sia fuori sia dentro Damanhur. In parole povere, significa che non sappiamo a priori se esiste Dio, se esistono tanti dei, se siamo parte di Dio o se Dio è lontano e trascendente.
Partiamo semplicemente dal presupposto che esista una matrice divina, non materiale, evolutiva che permea tutto l’universo, e la cerchiamo.
E siamo disponibili e trasformare la nostra visione. Nei primi anni di Damanhur, ad esempio, identificavamo questa visione con il nome Horus, la divinità egizia solare che idealmente ispirava i nostri passi perché simboleggiava i valori che cercavamo; oggi, la nostra visione del Divino nell’universo di chiama Triade, cioè la rete formata da tutte le forze dell’ecosistema spirituale. Nei primi anni di Damanhur, ponevamo l’accento soprattutto sullo scoprire l’essenza divina fuori di noi; oggi, il punto centrale di ricerca è dentro se stessi, perché in ognuno di noi vive una scintilla divina.
Essere una religione significa invece avere un impianto liturgico ben definito e un pantheon “sicuro” di riferimento. C’è molto da studiare ma in realtà nulla da scoprire, tutto è già nei libri sacri.
La differenza è fondamentale. Non credo che la diversità la faccia come i concetti vengono espressi, mentre convengo con te, puntoesclamativo, che tra noi c’è anche chi ha un approccio un po’ troppo confessionale alla nostra ricerca filosofica.
Ma poiché questo avviene a causa della formazione che abbiamo avuto e che ancora ci condiziona, tra 30-60-90 anni penso che la differenza tra Damanhur e le religioni sarà ancora più netta.
Ho ricevuto una educazione laica, soprattutto mio padre era una persona aperta a cercare di comprendere l’umanità e le molteplici forme di scambio con l’ambiente e la natura e le sue forze divine.
In lui prevaleva la ricerca di un comune denominatore, qualcosa che rendesse alla fine gli uomini riconoscibili come specie e questo era il desiderio di rispetto gli uni degli altri, l’amore per questo pianeta e le sue creature. Non amava le dottrine religiose, specie quando erano fortemente in contrasto con la dignità dell’uomo, quando in nome di queste si perpetuano violenze. Era un liberale e uno spiritualista laico.
Credo di avere ereditato la sua innata curiosità a ricercare, a comprendere realtà diverse, come quelle “sottili”, a sperimentare il contatto col divino non solo fuori, ma anche dentro di me. Ecco perché mi sono sentita immediatamente vicina al pensiero spirituale damanhuriano fin dal primo istante.
Cosa saremo tra 30-60-90? saremo sicuramente molto diversi.
Forse l’unico dogma di cui possiamo vantarci è il cambiamento!
Ricerca, filosofia o religione? Ma soprattutto siamo una comunità, un popolo!
Sapete che cos’è un popolo? E’ una parola che ormai non si usa quasi più, e la trovi spesso nei libri di storia.
Per capire cosa intendo io per popolo, ho bisogno di raccontarvi delle mie visite periodiche a Torino, quando vado a trovare i miei parenti.
Abitano in piena città, in un condominio. Il condominio non è popolo, non lo è il quartiere e tantomeno la città. Le persone del palazzo, sono totalmente estranee tra di loro. Il vicino dorme a pochi centrimetri in linea d’aria dal tuo letto,le vostre aure si saranno già toccate più volte e non ve ne siete accorti. Condividete con altre famiglie il bello ed il cattivo tempo, sentite gli stessi rumori, guardate lo stesso programma televisivo in appartamenti diversi, siete totalmente estranei.
Forse appena un timido saluto, raramente uno sforzo sull’ascensore per condividere l’esperienza delle condizioni metereologiche.
Ci ho abitato anch’io in quel palazzo. Ma solo ora che sono Damanhuriano e che non abito più in città, riesco a vedere quello che prima mi era oscurato. La città ti abbaglia dalle mille comodità e possibilità che ti offre: supermercati, cinema, discoteche, mezzi pubblici, ecc…..ma, alla fine le persone non socializzano, non scambiano, non si amano. Ognuno ha i suoi problemi, che sono più gravi di quelli dell’altro, nessuno si fida perchè chiunque può essere ladro, truffatore, delinquente.
Ma pensate che potenza potrebbe avere un condominio se le persone si unissero e collaborassero tra di loro.
Potrebbero fare degli acquisti centralizzati, spuntando un prezzo più conveniente.
Oppure dedicarsi reciprocamente delle ore di lavoro ognuno nella sua specializzazione, chi l’idraulico, chi il decoratore, si risparmierebbero dei soldi, ma soprattutto si crea l’occasione per conoscersi.
Potrebbero guardare tutti insieme un film su un maxi schermo, e poi commentarlo ognuno portando la propria visione che va ad arricchire quella degli altri.
Se ti finisce il sale puoi chiederlo al vicino, se ti si rompe il fon te lo puoi far prestare, così come se ti serve un attrezzo che usi raramente, come un trapano, se ne può comprare uno solo per tutti!
No, noi Damanhuriani non vogliamo che il mondo finisca così, sempre più chiusi nelle proprie stanze, sempre più poveri di pensiero, di iniziativa.
Il popolo di Damanhur vuole essere un buon esempio, uno stimolo per andare verso la libertà di tutti.
Vi dirò, quando stavo a Damanhur i primi anni questa la consideravo un questione di lana caprina, e anche un po’ faziosa da parte nostra. Mi dicevo: a Damanhur c’è una strada per collegare l’Alto e il Basso, ci sono i riti di natura, che sempre riti sono, si usa la parola Signore, anche se non identifica il Padre o il Figlio ma solo un principio divino, si prega (chi più, chi meno)… quindi se non è una religione,poco ci manda.
L’urgenza di non definirla religione mi pareva fosse per alcuni solo l’urgenza di distinguersi da un mondo, quello religioso e cattolico in particolare, che ha perso credibilità per colpa degli uomini e dei loro atteggiamenti di potere.
Oggi la penso diversamente, credo che per alcuni damanhuriani la differenza tra religione e ricerca filosofica sia ancora soprattutto un fatto politico e d’immagine ma in realtà più vado avanti, esplorando la mutevolezza della vita, più mi convinco che l’unica chiave per esplorarla sia ricercare, anche nel campo spirituale. L’insegnamento di Falco, che nei primi anni mi sembrava un po’ a senso unico, anche se mi piaceva molto, oggi lo capisco meglio e mi rivela che per sentire la voce e il respiro di Dio non c’è da imparare, come si farebbe in una religione, ma molto da sperimentare e scoprire.
Il termine Filosofia, che molti damanhuriani usano, non mi garba molto, anche il bodybuilding o l’ikebana in fondo hanno una filosofia, però lo sento molto più vicino a me che non religione.
Scusate ma, in ogni caso, quale sarebbe il problema a essere una religione o una chiesa?
Mi sembra che il problema sia davvero di lana caprina, come scrive SoleNotturno, o meglio come gli sembrava fino a un po’ di tempo fa.
Perché è così importante per voi non essere definiti religione? Come se fosse una cosa sporca!
Elenalatina, non mi pare che qui si stia trattando del problema di essere una religione o una chiesa, ma del distinguo tra cosa intendiamo per filosofia, e religione.
Chi vuole essere una religione o una chiesa credo abbia buoni motivi da mettere sul piatto della bilancia, a me non piacciono, ma ciò che conta è che possa esserci la libertà di muoversi, di confrontarsi, di scegliere chi si è e dove ci si vuole collocare.
Quindi il problema che poni non si pone: ognuno faccia le proprie scelte, perchè è di questo che stiamo parlando, di scelte.
Penso che sia più comodo vivere in una realtà dove gli “assoluti” ci rassicurano, qualcuno che ci dica cosa è giusto e cosa è sbagliato, poi attenervisi, molto rilassante, oppure, se ti punge la voglia di trasgredire, molto castrante.
Propendo tuttavia per la via più scomoda, quella che non offre tante garanzie.
Ti faccio due esempi.
In una religione se esci dai riferimenti religiosi trasgredisci, vai contro a ciò che il tuo Dio ti ha insegnato, ma se li segui sarai sotto la sua ala, Lui ti proteggerà e alla fine andrai in Paradiso
In una filosofia se esci dai riferimenti filosofici ricerchi, vai incontro all’ignoto, di solito senza paura che ci sia il Demonio ad attenderti, appena svoltato l’angolo. Discuti con gli altri, ti confronti, porti ipotesi nuove, anche se alla fine tornerai sulla vecchia strada non ci sarà un Paradiso ad attenderti nell’aldilà, il meglio che ti può capitare credo sia continuare a indagare anche nell’Oltre…
Vorrei ancora rispondere a perchè è così importante per noi non essere definiti una religione: perchè ciascuno ha il diritto a definirsi, a scegliere, appunto, cosa vuole essere.
Io non mi sogno di andare da un uomo di chiesa a dire che non è un uomo di chiesa; tu sì?
Capisco gli studiosi, i sociologi o gli antropologi che per loro natura categorizzano secondo schemi di riferimento, non mi scandalizzo quando leggo che dal loro punto di vista rientriamo nei movimenti religiosi.
Credo che ogni specialista, ogni professionista interpreti la realtà con una prospettiva diversa, più focalizzata a distinguere secondo precisi punti di riferimento.
Può piacere o meno, ma di sicuro è comprensibile il loro punto di vista, perchè non nasce dall’interesse di contrapporre ideologicamente una tesi all’altra.
Ti faccio l’esempio di un professionista che ha rilasciato delle dichiarazioni, che credo siano da considerare in questa argomentazione: Padre Amorth, il noto esorcista della Chiesa Cattolica, ha recentemente detto che “il Demonio è entrato nel Vaticano”.
I media italiani non hanno dato grande risalto a questa notizia, io l’ho scoperta tempo fa attraverso il New York Times, ad esempio.
Padre Amorth è l’esorcista ufficiale del Vaticano, la sua non è una dichiarazione emotiva, parla da tecnico, e immagino si riferisca a tutti gli episodi di pedofilia che sono stati occultati negli anni, dalla Chiesa e dai suoi pontefici, ai vari livelli.
E adesso mi viene bene rispondere alla tua ultima domanda: “Perchè è così importante non essere definiti una religione? Come se fosse una cosa sporca!”
Se la religione risponde a una chiesa, e questa è la Chiesa Cattolica di oggi, dovremmo prendere esempio da lei per essere puliti?
Prova a rispondermi con un sì o con un no…
;)
La mia idea al riguardo e’ stata gia’ piu’ o meno espressa,ma voglio ugualmente portare la mia sfumatura sul concetto di ricerca nel campo della spiritualita’ e del divino. Io sono a damanhur da circa 15 anni, e se dovessi dire con precisione cosa e’ una divinita’ non saprei dirlo, eppure sono uno degli esperti ne settore. Cosa significa questo? Semplicemente che il concetto stesso di divinita’ e’ una cosa in evoluzione, che cambia man mano che cambiamo noi, nel senso che riusciamo ad afferrarne una parte in piu’. Ma il percorso prevede il risveglio del nostro dio interno, che poi siamo noi stessi quando riusciamo davvero a far risplendere in tutta la sua luce la nostra anima e comprendiamo qual e’ la nostra funzione nell’universo; a quel punto i riferimenti divini esterni non hanno piu’ necessita’ di esistere, quindi direi che c’e’ una enorme differenza rispetto all’inquadrameto che puo’ avvenire in una religione di questi aspetti.
Altro punto focale della ricerca e’ la tecnologia. Spesso ci sono idee preconcette per cui la tecnologia non fa parte della spiritualita’, cosi come il denaro deve essere necessariamente sporco per cui in un percorso spirituale bisogna essere poveri eccetera: per noi la tecnologia e’ parte integrante della spiritualita’. E mi riferisco in particolare ai campi di ricerca piu’ avanzati della nostra scuola, come ad esempio la selfica. Grazie alla ricerca si affrontano molte cose, inveece di chiedere un’intercessione divina . Ecco mi sembra di aver portato degli spunti utili a distinguere nettamente il percorso della scuola damanhuriana da un percorso religioso.
Thor555, cosa significa che sei uno degli esperti del settore? Settore divinità? Sei un sacerdote? No perché sennò non saresti a Damanhur. E quindi?
Calma, Elenalatina, non credo che Thor555 voglia proporsi come profeta. Credo volesse solo dire che è uno di quelli che maggiormente studiano le diverse concezioni di divinità dei popoli del passato e, attraverso la Fisica spirituale, cerca di comprendere quali sono i confini – e i poteri – di una forza del genere, e le possibilità di contatto con essa. A Damanhur riteniamo che esista intorno a noi un regno spirituale, come esistono i regni animale, vegetale, minerale, che comprende forze diverse alle quali sono stati dati nomi diversi, tra i quali quelli delle divinità classiche.
L’accento di Thor555, secondo me, è su quanto un percorso come il nostro sia fatto di ricerca e riflessione anziché di certezze.
Per Thor555: peccato che non sei intervenuto tu per rispondere!
Da quello che dice Thor555, ma anche sviluppando quello che dice padre Gabriele Amorth citato da Puntoesclamativo, io capisco che è tutto un discorso di tecnica e non di fede. Dio è un programma, e bisogna ricercare, studiare, imparare a capire come fare a entrare in contatto con lui. UN rito, una preghiera, sono una procedura, un protocollo.
E’ questo ricerca? IN questa chiave, capisco perché Thor555 è un esperto del settore divinità…
Invece credere con fede in un’entità soprannaturale sarebbe religione?
E filosofia, che è la parola che damanhuriani amano di più, cosa significa ?
Ma alla fine questo è riportare tutto a una forma di materialismo, esistono le divinità, non sono né benigne né maligne se possiedi le formule giuste. Tutto è divino significa che nulla lo è. E allora a che serve distinguere tra filosofia, religione e ricerca?
Per Nientediniente. Mettiamola così: se pensiamo che nell’universo, o forse preferisci dire “nel creato”, ci siano forme fatte di materia divina e altre fatte di materia profana, siamo su una falsa strada, dato che l’origine dell’universo è una e quindi una è la sua essenza. Qualcosa che esiste come puro pensiero ed energia, e che con questi suoi “arti” si manifesta (ed è a queste forze che dovettero ispirarsi gli antichi quando parlarono di divinità) è parente più o meno stretto di un’ameba o di una quercia: l’essenza è la medesima, con caratteristiche diverse dal punto di vista biologico e dal punto di vista delle modalità di uso del pensiero.
Tutto, se questo è l’approccio che ci garba, può essere spiegato tecnicamente, anche l’amore fra due persone del resto è un fatto di chimica per alcuni, e allora anche avere fede nella natura divina della vita può avere una sua grammatica o una sua formuletta.
Fermo restando questo, il nostro modo è basato anche sull’emozione, perché se non c’è emozione e coinvolgimento nulla è vero. Noi non “constatiamo” un principio divino al quale ricongiungerci, ci “crediamo”. Confidiamo in questo processo come elemento di crescita intima, non solo come acquisizione di dati.
O meglio, crediamo e constatiamo insieme, e questa è ricerca, mentre limitarsi a credere è religione. Credere in attesa che, a discrezione dell’oggetto della nostra fede, si manifesti una qualche forma di comprensione, non fa per noi damanhuriani.
Voglio segnalare una novità che Damanhur propone a tutti, a chi già la conosce e a chi non ne sa nulla.
Damanhur propone di partecipare al suo sogno e alla vita comunitaria anche solo per un periodo, vivendo apppieno l’esperienza del cittadino damanhuriano.
da http://www.damanhur.it
“UNA PROPOSTA RIVOLUZIONARIA:
VUOI DIVENTARE CITTADINO “A TEMPO” DI DAMANHUR?
In questi giorni a Damanhur si è aperta la possibilità, per tutti coloro che lo desiderano, di diventare cittadini anche per un solo periodo di tempo.
Ti interessa? Non importa se già conosci Damanhur o se è la prima volta che ne senti parlare. Pensiamo che il caso non esista, se stai leggendo questa pagina è perché in qualche modo riguarda anche te.”
Chi è interessato vada a leggersi la proposta completa sul sito di Damanhur (www.damanhur.it), dove trova tutte le info utili.
Ho aperto un nuovo sito, http://www.unostambeccoadamanhur.it, nel quale racconto la vita quotidiana a Damanhur, tra sogni, problemi, progetti, considerazioni varie… È il mio sito personale, sul mio modo di stare a Damanhur e di leggerne/scrivere i significati.
Ho letto della proposta della cittadinanza a tempo. Secondo me potrebbe succedere che viene a Damanhur un sacco di gente non di fede damanhuriana. Se vengono per tre mesi, un morso alla mela e via, non potranno “convertirsi” (sono sicura che questa parola non vi piace ma non ne trovo altre), ma siete pronti a diventare una comunità multi confessionale?
Elenalatina, comincio a risponderti dal fondo: per definizione non siamo pronti, dato che noi impariamo sempre a fare le cose “facendole”, e anche questa volta sarà così.
Non so cosa sia una comunità multiconfessionale nella tua idea. Noi abbiamo una nostra visione di ricerca spirituale, che chiamiamo “filosofia damanhuriana”; le persone che vengono per un periodo di cittadinanza hanno probabilmente un loro progetto filosofico-religioso-mistico.
Se decideranno di sposare il loro progetto con il nostro, probabilmente trasformeranno la loro cittadinanza a tempo in cittadinanza stabile, e ne saremo felici.
Se al termine del periodo riprenderanno la loro vita, ispirata a valori diversi, saremo felici per la traccia di sé che hanno lasciato, sperando di avere anche noi lasciato una traccia in loro.
Abbiamo aperto le porte della cittadinanza a tempo perché volevamo rendere più facile accedere a Damanhur, con una conoscenza sul campo. Contemporaneamente, sentiamo il bisogno di confrontarci con nuovi modi di intendere l’avventura spirituale, per far crescere il nostro.
PS la conversione, nell’accezione del predicatore-che-ti-mette-in-contatto-col-dio-giusto, è un fenomeno irrispettoso e violento, quindi è l’ultima cosa al mondo che ci interessa…
Ciao. nel post di Dromedario c’è scritto che siete una comunità e un popolo. come elemento “religioso” mi fa venire in mente alcune domande, di cui la più semplice è: “la salvezza dell’anima è un fatto collettivo? esiste secondo voi un destino comune (pensate al popolo ebraico nella bibbia)? e la singola persona che peso ha?
Considerate che,a giudicare da quello che leggo, siete proprio complicati!
Sì è vero Grognar, siamo un po’ complicati, ma non è colpa nostra se la realtà è complessa.
Scherzi a parte: noi ci consideriamo un popolo spirituale perché insieme perseguiamo gli stessi obiettivi e ci riconosciamo negli stessi valori. Non c’è un destino “di popolo”, e oltretutto non siamo un popolo in senso etnico, ma poiché riteniamo che l’essere umano, animale gregario, per crescere abbia bisogno degli altri – e cresce se crescono anche gli altri – ecco che il concetto di popolo è quello che maggiormente ci rappresenta.
E dato che, come in ogni cosa, siamo molto pratici, essere un popolo non è solo un modo per pensarsi ma anche un avere ricorrenze comuni, la foto di popolo di fine agosto, rituali legati al popolo.
Sempre, ricordando due cose: avere un’identità comune significa cercare ancora di più la relazione con gli altri, cioè non siamo popolo per parlarci tra noi ma per dialogare ancora più intensamente con il mondo intorno a noi; un popolo spirituale si basa sugli individui, e ognuno è responsabile di se stesso e del proprio percorso.
Ciao e grazie per la prima risposta. e ora ho una nuova domanda: cosa ne pensate delle altre religioni e degli altri gruppi? non dal punto di vista del rispetto, nel senso che tutti devono essere rispettati e liberi di credere in ciò che vogliono.ma, sinceramente, come per esempio i cristiani o i musulmani pensano che la loro sia la strada più veloce per giungere a dio e lo dichiarano, voi pensate che Damanhur sia un percorso più diretto o una come tanti altri?
Con te Grognar e scusa se ci metto così tanto a risponderti.
Noi non crediamo che ci siano strade più veloci di altre, ma velocità di percorrenza. Abbracciare un percorso piuttosto che un altro – sia esso una religione, un ashram, un movimento spirituale – comporta ovviamente una scelta da parte della persona che dice “Questa è la strada che fa per me, che ritengo più giusta, più libera, meno dispersiva…” ecc. La strada scelta viene resa “giusta” dall’intensità con la quale viene percorsa. I damanhuriani sono le persone che trovano stimolante e vera la strada indicata da Falco e sviluppata dai tanti che li hanno preceduti nel tempo.
Ci sono condizioni che secondo noi sono più problematiche di altre dal punto di vista energetico, specie quelle delle grandi religioni, dogmatiche e legate a forme-pensiero che schiacciano sotto il peso della loro struttura le energie migliori delle persone: ma si tratta di scelte personali, che sono sempre dignitosissime.
E’ l’impegno personale che rende vere le cose e diretti i percorsi. Bisogna credere in quello che si fa, e prendere sul serio le proprie scelte personali. L’illuminazione, il Paradiso, il congiungimento con Dio, il diventare dei non sono una gara a chi arriva prima…