Succede spesso che persone mi chiedano cosa succede quando una persona vuole andarsene da Damanhur. L’altro giorno, mentre ero con alcuni ospiti che erano interessati a come si diventa cittadini e a come si esce dalla Federazione ho risposto che a Damanhur è molto più facile andarsene che entrare.
Questa dichiarazione li ha stupiti, forse perchè l’idea comune di chi non conosce approfonditamente questa realtà è che vi sia l’interesse a coinvolgere sempre più persone nella vita comunitaria, cercando di non perdere meno aderenti possibile.
Vorrei sfatare un falso mito: non è così!
Quello che conta nella vita in Damanhur è essenzialmente la qualità della scelta e della partecipazione; non interessa a nessuno che arrivino tante persone a fare “massa”, anzi, potrebbe rappresentare più un problema che un vantaggio accogliere persone che non hanno maturato una comprensione di cosa significa vivere in comunità.
Per poter diventare cittadini le persone partecipano ad un percorso che dura minimo sei mesi, in cui vengono trasmessi tutti gli elementi per capire e conoscere 35 anni di storia, i principi etici che sono alla base della convivenza, i sogni e le scelte collettive che hanno contribuito a realizzare il modello socio-spirituale di oggi.
Se dopo sei mesi le persone non sono certe che questo sia il tipo di realtà a cui desiderano partecipare possono lasciare il percorso, o scegliere un livello di cittadinanza diverso (ovvero che non comporta il vivere in comunità) e consono alle proprie esigenze.
Altrettanto importante è che le persone seguano il proprio sentire, se la convinzione ed il piacere di vivere in comunità vengono meno, è fondamentale facilitare il processo di cambiamento. Chi vuole andarsene quindi è aiutato e sostenuto da chi resta, e spesso questo è avvenuto in modo armonico, mantenendo buoni rapporti nel tempo con chi si è allontanato.
La vita comunitaria in Damanhur è sicuramente impegnativa, ma la nostra filosofia non prevede la sofferenza come elemento evolutivo! Ogni scelta deve essere convinta e felice, altrimenti è meglio rimetterla in discussione, e trovare soluzioni diverse e più adatte alle necessità delle persone.
Durante il corso “Come fondare una comunità di successo” è emerso il tema dell’uscita dalla delle persone dalla comunità. Una realtà comunitaria deve saper prevedere sia il percorso di adesione dei nuovi membri, sia il percorso di uscita per coloro che dopo uno, due, vent’anni, considerano conclusa l’esperienza e fanno una scelta diversa.
Perché si lascia un percorso spirituale? I motivi possono essere tanti: non ci si riconosce più nel progetto con il quale ci si è identificati fino ad allora; non si “sente” più la filosofia sulla quale si basa il percorso; si hanno sogni personali che non si riesce a concretizzare.
Si tratta di motivi umani e da rispettare. Coloro che sanno viverli serenamente dentro di sé, si distaccano in maniera “dolce” dalla comunità, mantenendo con essa buoni rapporti. Può però capitare che i pur legittimi motivi divengano fonte di amarezza quando, per stati d’animo diversi, sono “tradotti” altrimenti, e allora si parla di torti subiti, di mancanza di amore, di poca chiarezza. L’esigenza di fare quella che, per molti versi, è una violenza a se stessi – cioè uscire da un’esperienza liberamente scelta – può portare ad assumere atteggiamenti ostili nei confronti delle persone e delle idee dalle quali ci si distacca. E’ come se si dicesse “Staccarmi da Damanhur mi è difficile, perciò Damanhur è cattiva”. La scelta di allontanarsi diventa allora un rifiuto, si contrappone la libertà (sacrosanta) di andarsene alla costrizione (immaginaria) di chi resta e si cerca di leggere in chiave negativa le cose nelle quali si è creduto fino a poco tempo prima. Si rischia di perdere la propria personale bussola, nell’esigenza di staccarsi dalla vita fino ad allora scelta senza però staccarsi da se stessi… Subentra l’imbarazzo per aver mollato e allora si sente la necessità di scaricare sugli altri il proprio disagio.
E’ un vero peccato perché tutto questo inquina un processo che dovrebbe essere intima riflessione e nuova scelta di vita.
A Damanhur riteniamo giusto che le persone siano aiutate anche in questa fase della loro vita, dopo essere state accolte quando invece avevano voluto avvicinarsi. Occorre essere veri con se stessi e con le proprie scelte. Viaggiare su un treno per un certo tempo, e magari esserne stati macchinisti, non significa che, se noi scendiamo, il treno continua a viaggiare contro di noi. Lasciare un percorso spirituale dovrebbe essere una scelta… spirituale, di una spiritualità legata a valori e ritmi diversi ma altrettanto capace di dare significati ai gesti di ogni giorno e agli obiettivi per domani. Perché la spiritualità è una cosa vera, e offre sempre una possibile nuova felicità, a chi la desidera sinceramente.
Ho lasciato un commento su questo aspetto sulla pagina “a proposito di questo sito”, andatevelo a leggere.
Qui mi interessa portare l’accento su un elemento a mio avviso importante: ci sono tanti sentimenti ed emozioni diverse in chi se ne va da un’esperienza di vita comunitaria, in Damanhur come altrove, diverse tanto quanto le persone stesse.
Una grande differenza la fa però lo spirito con cui si è vissuta l’intera esperienza, quanto più o meno coerentemente si è aderito ai principi scelti, che nel caso di Damanhur sono la solidarietà, il pensiero positivo, la fiducia e l’accettazione reciproca, l’impegno a cambiare se stessi per poter cambiare qualcosa fuori di sé, ecc. Se le persone si assumono la responsabilità delle proprie scelte e non delegano agli altri le cause del proprio disagio o fallimento, se hanno vissuto davvero nello spirito della scelta fatta è difficile che abbiano qualcosa da recriminare una volta esaurita l’esperienza di vita.
Faccio un esempio pratico: anni fa è venuta a vivere a Damanhur una donna che aveva trascorso vent’anni come suora in un convento. L’uscita da quella esperienza non fu facile, a quarant’anni si ritrovava a dover ricominciare la sua vita da zero, perchè tutti i suoi averi li aveva lasciati all’Ordine a cui apparteneva al momento dell’entrata in convento. In più su di lei pesavano i sensi di colpa per aver abbandonato una scelta e infranto un giuramento che aveva fatto anni prima, convinta che quella fosse la scelta della sua vita. Nonostante quell’esperienza non avesse soddisfatto le sue aspettative, e fossero molti gli aspetti che l’avevano convinta ad abbandonare il convento, non ricordo di averla mai sentita recriminare su quanto vissuto in quel periodo.
Dopo alcuni anni di vita in Damanhur se n’è andata, evidentemente anche qui le sue aspettative erano rimaste inevase. Quando traslocò aveva molte più cose con sé di quando aveva lasciato il convento, e nonostante ci fossero (come per la sua esperienza precedente) aspetti che non condivideva più, non aveva nulla da recriminare su quanto vissuto insieme.
Questa è solo una delle tante storie, ho voluto raccontarla perchè credo che questa donna avrebbe potuto lasciare il convento e damanhur con un atteggiamento ben diverso, molto meno positivo. La differenza secondo me l’ha fatta il senso di responsabilità per le proprie scelte, la dignità del non sentirsi una vittima, dal momento che nessuno le aveva imposto nulla, e la coerenza con lo spirito che avevano animato quelle scelte di vita.
Questa donna non l’ho mai più incontrata, ma conservo di lei una grande stima.
Siete una realtà davvero particolare, perchè di voi in rete ne leggo di cotte e di crude, nel senso che si parla malissimo, benissimo, così così. E il tutto non da voi, ma dai personaggi più disparati, pubblici o anonimi. Mi raccontate un po’ come funzionate? Perchè sinceramente se qui scrivete di voi, aldilà che non siano le cose ufficiali vostre ma punti di vista personali, io come antropologo sono molto interessato….. vi premetto che non posso attualmente venire a visitarvi perchè sono il Cile per studi personali e manco dall’amata Italia da quattro mesi e ci starò ahimè almeno altri sei….. non che vi interessi ma l’argomento delle nuove società a me sta a cuore e l’articolo di Introvigne che vi ha messo a paragone con il popolo Na vi’ del film Avatar mi ha portato a fare una ricerca in rete e, tra tutte le cose bizzarre che ho letto ho trovato questo blog dove proprio voi vi raccontate. Prima domanda: avete una forma di Iniziazione? se sì ne potete parlare? Saluti dall’altra parte del mondo. Marco
AAAAAH UN ANTROPOFAGO! AAAAAH
A Damanhur esiste una Scuola di Meditazione. Le persone che vi partecipano lo fanno sulla base di una scelta che deve rispettare la diversità di ognuno, quindi si tratta di una scuola aperta a persone che arrivano da tutto il mondo, da culture e tradizioni anche molto diverse tra loro. In comune vi è lo studio e l’interpretazione di testi antichi, l’applicazione di più chiavi di lettura con cui è possibile interpretare molte conoscenze che ci arrivano da civiltà e da popoli del passato, la sperimentazione nel campo dell’energia e degli aspetti “sottili” della vita, ecc.
Ci sono persone che partecipano alla Scuola di Meditazione pur vivendo all’estero, mentre per altri è un appuntamento fisso settimanale; in pratica ci sono livelli diversi nei quali è possibile approfondire la ricerca, che si svolge sia in gruppi sia individualmente. L’iniziazione è una fase di questo percorso, ed è scelta dalle persone che decidono di fare di questa ricerca un punto di riferimento etico e spirituale nella propria vita. Gli studi e le ipotesi formulate in seno alla Scuola di Meditazione non sono riservati ai soli iniziati, tutt’altro, sono argomenti che vengono trattati in incontri pubblici come quelli che avvengono settimanalmente al giovedì sera, in pubblicazioni che sono in vendita presso la sede della Damanhur Crea e anche sul sito ufficiale di Damanhur in internet. Ci sono testi che approfondiscono argomenti specifici e conferenzieri che portano in giro per il mondo l’esito delle ricerche che sono state condotte da oltre trent’anni, questo perché il confronto con gli altri è una parte importante e preziosa nel cammino di ricerca spirituale in Damanhur. L’idea di base è che nessuno possa ritenere di avere la verità in tasca, e che il cristallo della Verità sia composto dalle tante sfaccettature con cui l’umanità ha indagato nel tempo la complessità della Vita.
Si questo paragone dei Na’vi di Avatar qui a Damanhur ci ha stupito ma ci piace! Mi piace che sia detto da uno studioso conoscitore di popoli religioni e culture lo trovo azzeccato. Damanhur è sincera, idealsta: crede, costruisce, contatta il divino, e viene attaccata brutalmente per interessi economici e politici che non considerano i valori base di un popolo ma cerca di distruggerlo.
Entrare in Damanhur non è facile, è vero. Perché significa rivedere tutto della propria vita e dare speranza all’ideale, prendere in mano la propria vita anziché delegare sempre, reimparare a credere nelle persone (nonostante le tante schifezze vissute prima), esprimere ogni giorno valori fondamentali veri, mettersi in discussione, confrontarsi, imparare a realizzare i sogni aderenti al proprio sentire e non limitarsi e metterli in un cassetto piegandosi al vuoto che avanza a grandi passi.
Uscire da Damanhur è facile, se si vuole cambiare vita e si scopre che questo non era il proprio percorso ideale. Poi come si esce, è affare individuale. Ci sono amici puliti e rispettosi che restano tali. C’è chi cerca di sfruttare quanto avuto, per fini personali, per denaro, per brama di potere: persone che quindi non sono pulite e che inquinano gli altrui ideali per interesse corrotto… vuol dire che già qualcosa di questo avevano dentro di sé, o che sono state abilmente accalappiate da fili di potere: quelli sì occulti? Damanhur è aperta e linda, non ha nulla da nascondere.
Ci sono alcuni fuoriusciti da Damanhur, che ce l’hanno con noi, ci accusano di false ingiustizie subite durante la loro permanenza.
Mi chiedo perchè, dal momento che noi per primi non abbiamo nulla contro di loro.
Hanno vissuto per anni nella Comunità (tra di loro vi sono anche degli ex fondatori), poi ad un certo punto hanno deciso di fare una vita diversa, probabilmente non riconoscendosi più nell’ideale. Ed è giusto così, perchè Damanhur è aperta a chi vuole entrare così come a chi vuole uscire, non c’è nessun obbligo in questo.
Ma perchè ci odiano così tanto allora? Che utilità ha questa loro posizione? Perchè accreditarci false accuse sui vari blogs?
Se hanno trascorso molti anni in Damanhur, significa che in quel periodo si sono trovati bene, altrimenti potevano andarsene già allora.
E come se ad esempio io interrompessi la relazione con la mia fidanzata che ho amato da tanti anni; finchè ci stavo insieme mi trovavo bene, altrimenti l’avrei già lasciata prima. Se la lascio adesso, non deve necessariamente diventare la peggiore nemica, che mi ha rovinato la vita. Si possono fare strade diverse, ma ognuno rispetti quella altrui.
Non capisco perchè si comportano così.
Ritengo che lasciare un percorso spirituale, non sia difficile, anzi sia più facile che “sostenerlo”. Io abito a Damanhur dal 2001, e da allora, mi è già successo di pensare che me ne volevo andare. Questi pensieri, analizzati, mi giungono quando mi trovo davanti a limiti che, in qualche modo faccio fatica a superare. Questi limiti però sono una parte di me, infatti, solitamente il pensiero “intero” è: me ne andrei, ma scappando mi porterei dietro me stessa, quindi…..a cosa mi servirebbe scappare???? E, se mi capitasse di farlo, forse un modo per “giustificare”, anche a me stessa, il mio gesto potrebbe essere “sputare nel piatto nel quale ho mangiato”? Che tristezza!!!
Che cosa significa lasciare Damanhur? Io non l’ho mai fatto ma credo che significhi voltare pagina, chiudere un capitolo più o meno lungo della propria vita e iniziare a scriverne un altro. C’è chi lo ha fatto ed è rimasto amico di tanti damanhuriani oppure non si è mai più fatto vivo. Buona vita.
Ma c’è anche chi non se n’è mai andato veramente: ha lasciato le comunità, Meditazione etc. ma in realtà non ha mai voluto veramente staccarsi, e allora fa guerra ai damanhuriani, parlandone male, intentando cause… Sono pochi, ma poiché vivono di questo, fanno rumore, come l’albero che cade che fa più chiasso dell’intera foresta che cresce.
Non hanno veramente mai voluto staccarsi, hanno cambiato la polarità del loro rapporto, e adesso si alimentano del loro disagio (creandone anche a noi). Non so perché lo facciano: credo che loro sì, che sono diventati dipendenti da Damanhur. Della Damanhur che disegnano nella loro testa.
Ma è una scelta anche quella: che mi spiace moltissimo perché sento che crea solo dolore. Chi lascia Damanhur dovrebbe lasciarla – e ne ha pienissimo diritto – senza cercare di far sparire Damanhur con l’intento di impedire agli altri di farne ancora parte.
Forse non sono nella giusta sezione del vostro sito, ma mi stavo chiedendo non tanto come si faccia a lasciare Damanhu,r ma come si faccia ad esserne autenticamente parte pur scegliendo di non essere cittadini A. In sostanza mi domando se scelte di adesione “minori”, per così dire, vengano comunque ritenute importanti da chi invece, come voi, ha optato per il livello di coinvolgimento e di adesione più alto, perché parlando con alcuni di voi ho avuto un po’ l’impressione che così non fosse, che il tutto venisse liquidato come mancanza di coraggio. E non intendo alludere a scelte semplicemente utili, in qualche modo, ma proprio importanti, di un’importanza certamente diversa ma non qualitativamente inferiore…proprio come lo sono i ruoli di ciascuno di noi nella vita: c’è chi fa il protagonista, c’è chi fa il comprimario, ma alla fin fine tutti i personaggi assolvono a un compito preciso ai fini della rappresentazione. Forse, anzi quasi certamente ciò è vero anche per chi vi ha in qualche modo tradito o deluso voltandovi le spalle, se ciò serve a distillare una comunità rinnovata per il futuro.
Insomma, se mi guardo dentro non posso che dirmi – qui e ora – che non sento alcuna attitudine alla vita comunitaria e quindi probabilmente non renderei un buon servizio a nessuno a iniziare un progetto che quasi certamente non riuscirei a portare avanti. Eppure il progetto damanhuriano mi prende, lo sento anche mio, mi spinge a voler collaborare affinché venga portato avanti, magari altrove e con altre modalità…
Un giorno sentii dire a una suora che non c’era affatto bisogno di scegliere il suo tipo di vita per essere “santi”, ma che si poteva vivere in santità pur essendo completamente laici. Ora, pur essendo fuori dal mondo cattolico da molti anni, quel ricordo ogni tanto mi torna in mente per la sua grande saggezza, al netto dei concetti di santità e cattolicesimo, che cambierei rispettivamente con sincerità e spiritualità.
Sono solo qualcuno che non ha abbastanza coraggio, o si può essere sinceramente e profondamente damanhuriani anche da fuori, secondo voi?
Secondo noi l’obiettivo che conta è dare significato alle cose che si fanno, stabilire quali sono i valori ai quali si dà importanza e poi scegliere di essere coerenti con essi. Se poi i valori coincidono con Damanhur o con il buddismo o con il cattolicesimo, avremo dei valori in condivisione con altri.
Per essere damanhuriani occorre dal nostro punto di vista partecipare alla costruzione di Damanhur, che è un ideale tradotto in pratica, perché secondo noi è importante dare vita tutti insieme a un modello sociale, culturale, economico originale. Condividere gli stessi ideali è un primo passo, non tutto il percorso. Ma, credimi, grande rispetto per chi porta avanti in modo diverso ideali vicini!
I cittadini non residenti fanno una scelta non totalmente completa di fronte alla realtà Damanhur: non so se è questione di condizioni pratiche o semplicemente di non essere attirati dalla vita comunitaria, credo che dipenda dai casi. Damanhur prevede i cittadini non residente, quindi benvenuti ai cittadini non residenti. Forse per qualcuno può essere mancanza di coraggio, ma giudicare gli altri serve solo a perdere energia. La cosa più importante è che ognuno riempia la propria scelta, faccia cose che la rendono la scelta giusta, utile a sé e agli altri.
Con te, Quaglia, e grazie per avermi risposto in modo così dettagliato e chiaro.